parole magiche

Per le anime più sottili, per quelle abituate a scoprire mondi nascosti oltre le apparenze del reale, per i superstiziosi, per chi è giunto su questa pagina per caso e non ha nient’altro da fare, pubblichiamo di seguito una lista di parole magiche, siano esse intese nella loro accezione al fantastico, al mistico o, se vogliamo, all’apotromatico…

Abracadabra. É la parola più universalmente riconducibile a una pratica magica. Comunemente utilizzata da prestigiatori, aspiranti stregoni, provetti maghi, ha origini incerte, ma lontanissime. Esistono almeno due ipotesi sull’origine del termine.

La prima di derivazione aramaica: Avrah KaDabra che significa “io creerò come parlo”…

L’altra, dall’ebraico Abreq ad habra, che tradotto vuol dire “invia la tua folgore fino alla morte.

Alcuni hanno ipotizzato che il termine derivi dall’arabo Abra Kadabra, che significa “fa che le cose siano distrutte”, che in questo caso è riferito alla malattia, oppure dall’aramaico abhadda kedhabhra, col significato di “sparisci come questa parola”. Piuttosto che essere utilizzata come maledizione, si crede che la frase in lingua aramaica fosse utilizzata come un mezzo per la cura delle malattie.

Sin Sala Bim. Anche questa parola viene associata ai giochi di illusionismo. Non vi sono notizie certe della sua origine, anche se è facile trovarne una germinazione nel mondo orientale.

Oṃ Maṇi Padme Hūṃ. É tra i mantra più diffusi della tradizione del buddhismo Mahayana. Letteralmente può essere tradotto come “Salve, o gioiello nel fiore di loto”. Il suo significato è fortemente simbolico al di là della sua traduzione letterale e viene raccomandato in tutte le situazioni di pericolo o di sofferenza, o per aiutare gli altri esseri senzienti in condizioni di sofferenza. Uno dei suoi significati più diffusi è la collocazione del gioiello (simbolo della bodhcitta ) nel loto (simbolo della coscienza umana). Secondo le relative tradizioni buddhiste, i mantra, in realtà, non possiedono di per sé alcuna potenza magica, ma sono unicamente mezzi abili  per accedere ad un differente stato di coscienza.

Nam myoho renge kyo. Secondo la tradizione buddhista sino-giapponese il titolo del sutra riassume, sintetizza e rende presente il senso profondo dell’insegnamento in essa contenuto:

  • Namu (南無 cinese: nánwú, ma pronunciato nei monasteri con l’arcaico nanmu), derivante dal sanscrito namaḥ, indica la devozione, il rendere onore. Ha il significato di apertura e accettazione della legge dell’universo, armonizzandovi la propria vita e traendone forza e saggezza per superare le difficoltà.
  • Myō significa ‘meraviglioso’ e Dharma, sia nel senso di ‘Legge’ sia come ‘ente’ (妙法 cinese: miàofǎ).
  • Renge (蓮華 pronuncia cinese: ‘liánhuā’) indica il fiore di loto, che simboleggia il risveglio e lo stato di illuminazione che emerge dalle difficoltà della vita quotidiana e la contemporaneità di causa ed effetto.
  • Kyo (経 cinese: jing, sutra, testo canonico) indica l’insegnamento del sutra e la scrittura o il suono attraverso cui si esprime; il carattere cinese che lo rappresenta aveva in origine il significato di “trama” (contrapposta a “ordito”, wei, con cui si intendono i testi eterodossi).

coribante

É di oggi la notizia di un marito toscano che, rincasato in tarda mattinata dopo una settimana lavorativa passata lontano dalla consorte, giunto in camera da letto, trova il talamo nuziale occupato sì dalla moglie, ma anche da altre tre persone: una donna e due uomini a lui sconosciuti. Ignudi, assorti in un sonno sereno e rigenerante…

Nulla ci spinge a calarci nei panni dell’onestuomo, né tantomeno a indovinare il sentimento che subito lo induce a pensare la moglie sicura vittima di uno stupro perpetuato dagli altri balordi. Con prontezza pari solo alla fiducia nutrita nei confronti della consorte, il marito mobilita la Polizia.

Ridestatisi dal sonno, i quattro vengono interrogati e, infine, risulta evidente che non c’è traccia di violenza alcuna. Le due coppie, semplicemente, la sera precedente avevano dato vita a un’orgia, si suppone per alimentare il brio di una serata altrimenti noiosa causa assenza coniugi. Nulla però ci vieta di pensare che essi abbiano voluto ingraziarsi la magnificenza di qualche divinità e celebrarne allegramente un culto rituale.

I Coribanti erano i sacerdoti della dea Cibele. La onoravano con danze sfrenate e riti orgiastici. Spesso, durante queste feste, si infliggevano delle ferite.

Inventori del tamburo a cornice creavano musica basata sul ritmo ossessivo per curare l’epilessia e per sconfiggere la malinconia di Zeus. Inoltre onoravano il pino in onore di Attis, figlio della dea…

Published in: on 27 marzo 2010 at 12:37  Lascia un commento  
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un eloquio musicale

Per aspiranti poeti o per chi vuole dare al proprio eloquio una maggiore musicalità, ecco un dizionario delle rime… in italiano, ma anche in altre lingue: Dizionario delle Rime

Published in: on 27 marzo 2010 at 12:03  Lascia un commento  
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lemure

Lemures, lemuri, Lemuria, Lemuriformes…

I Lemuri li conosciamo come degli animali diffusi soprattutto in Madacascar. Stranamente la loro società è organizzata in maniera matriarcale.

Ma i Lemuri sono anche altro. Nella mitologia romana essi erano gli spiriti delle tenebre. Si credeva che queste creature, non ben identificate né definibili proprio per la loro condizione di fatale ed eterna transitorietà, vagassero senza posa per le strade come anime in pena, in una sorta di limbo, dopo una morte prematura o violenta. Il senso di orrore che circondava queste figure spettrali venne poi a caratterizzare quello della loro domina, la dea Ecate. Per tenerli lontani e per placare i loro spiriti dannati, i romani, nel mese di maggio, gli dedicavano delle feste Le Lemurie. Il rituale prevedeva che il Pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Durante queste feste i templi venivano chiusi ed era proibito sposarsi.

Nella tradizione esoterica essi, invece, sono associati alla Terra di Lemuria, un ipotetico continente sito tra l’Oceano Indiano e quello Pacifico. Ne parla, tra l’altro, in alcuni suoi scritti M.me Blavatsky.

Parole. Suoni. Fantasia. Creatura vibrante…

Lena lennicula, lemma lavicula, làmula,
lémura, màmula. Létula, màlia, Mah.

(Vincenzo Consolo, da Lunaria)

Mentula è parola latina. E’ il cazzo, la verga, la minchia, il pisello…

Il fallo. Simbolo di virilità che insemina. Padre, procreatore, portatore di fertilità.

Lupula. Non vuol dire nulla. Un pò è lupa, un pò no. Forse è una prostituta, la vulva assoluta, la Madre ululante…

Mentula-lupula, allora, si declina tra il liquido seminale che è creazione assoluta, manifestazione essenziale della parvenza di umanità e il mistero dell’ inarrivabile, la fuggevolezza dell’irrazionale, l’ignota mutevolezza del ricettivo.  L’unione delle due parole è suono, mentulalupula, nient’altro che una vibrazione atavica.

Tutto e niente, oblio manifesto.

Ecco giungere il vuoto del senso, la cava linguistica che forgia, quasi copulanti in un’orgia i significati, suoni, vibrazioni, sensazioni. E ancora segni, toni, cromatismi, materia, polline

E’ di questo che si vogliono riempire queste pagine. Di suoni edificanti, di parole sommerse, forse mai esistite. E ancora si parlerà di poesia, di scrittura, musica, cinema, teatro. Perchè no? Anche di costume e di società, cercando una nuova prospettiva, non di opposizione, semmai di sviluppo. Di ri-esistenza.

Inizia così questa storia, una specie di sussidiario della fantasia, un salvadanaio di parole…