Giochi di luce: la Sephirah di Terrence Malick

Padre, madre, fratelli…

Foglia, tronco, radici…

Natura, Grazia, Speranza.

Dov’eri tu quando fondavo la Terra? Dillo, se hai intelligenza.” (Giobbe, 38:4) è la citazione con la quale parte The Tree of Life di Terrence Malick, vincitore della Palma d’Oro a Cannes e, ironia della sorte, opera cinematograficamente volta a una tradizione europea (si pensa a Bergman, al Fellini dell’ultima sequenza de “La Dolce Vita”, ma anche a “Le Onde del Destino”, a Dreyer, a Godfrey Reggio…) quando dall’Italia, invece, ci si volge con Sorrentino, a prodotti posthollywoodiani e, magari, si cerca di espatriare un po’, per svecchiare al calduccio… come se anche noi non avessimo l’amico sole dal quale trarre energie e… il cinema va così, si sa.

Ma anche la tradizione è importante, da condividere per di più.

Il film di Malick è tante cose, non troppe, ma tante.

Certo non si può parlare di un film tradizionale, semmai è qualcosa che attraversa le Tradizioni: quella delle Sephirot ebraiche, quella del cinema come dispositivo e come Arte, quella dell’educazione di un figlio da parte del padre, tema biblico e molto caro sia al cinema che alla cultura di un certo occidente protestante e, ancora di più, ai culti iniziatici tutti. Educazione, dunque…

Viene da dire che The tree of Life sia una sorta di dialogo con Dio (cos’è l’arte altrimenti?), il Keter di Malick, il suo haiku dosato, una desolazione declinata da Alexandre Desplat attraverso musiche e malinconie di Gorecki, di Berlioz… Viene da dire che sia un orchestrato meditativo, una riflessione sulla vita e sul suo opposto, la morte. Sul bene e su quel puntino di male che, tornando al Libro di Giobbe, appartiene alla sfera della fede; proprio come in un Tao confuciano, lo Yin nel Yang e viceversa…

The tree of Life è tante cose, non troppe, ma si fa prima a dire quello che non è. La sua lettura non ha nulla da spartire con il sempeterno codice analitico del genere family di “American Beauty” (o, per citare, della saga di “The Godfather” o di “Gone with the Wind”…), no!

Non è una riflessione sulla famiglia americana, diventata fin troppo spesso vettore di quella dissimulazione, di quel risveglio dall’american dream che ha già fatto il suo tempo parlando di coscienze problematiche, di crisi interiori, di frustrazioni e alienazioni da fine Impero. Molto del cinema postmoderno – troppo? – non ha fatto altro che riflettere su temi simili, Malick, forse cosciente dell’inganno, cancella quel cinema dopo pochi minuti: una telefonata disturbata, una tragedia disumana, la morte di un figlio? Forse la guerra, l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia? Forse altro?

Il film è dominato da una sublime vacuità, da rimandi quasi impercepibili, dal gioco di prospettive: chi è il protagonista? Il padre, il figlio, la madre o, forse, il brusio delle foglie che, con elaborata e rinnovata maestria (anche The Thin Red Line è attraversata da queste finezze acustiche) interviene sulla colonna sonora per tutto il perdurare della pellicola? L’universo è pluridimensionale, dice Malick, il fruscio del fogliame è qualcosa che canta insieme alle voci dei morti, direbbe Eddie Vedder (caro a Sean Penn). Siamo uomini, e siamo anche Dei, direbbe Lucio Dalla!

É di una perdita, comunque, che parla il film. Una lunga, profonda meditazione sulla distanza tra l’Essere e la materia originaria di cui gli esseri sono composti. La metafora allora è tragica, è la perdita di un figlio. Una perdita: condizione intermedia tra la Natura e la Grazia, tra lo svolgersi “drammatico” della vita e la vita che vorremmo costruirci. Una deviazione, un imprevisto, una diversificazione che diventa ricerca. Ed è qui che tornano utili i ripetuti frammenti di materia video (che tanto ricordano Koyaanisqatsi o le ricerche materiche di un Brakhage), inserti come preghiere, volte a con-fondersi in una dimensione ulteriore, più profonda, più fedele alla materia originaria di cui si serve il cinema, il suo gioco di luce e di ombre, di effetti ottici…

A conclusione bisognerebbe dire qualcosa sulla gradazione di disperata serenità con cui è tessuta un po’ tutta la messa in scena: drammaturgia, scenografia, fotografia e prove attoriali. Brad Pitt padre-padrone-impadronito, Jessica Chastain madre-angelo-malìa, i tre ragazzini – fratelli attraversati da una padronanza di recitazione che solo i grandi maestri del cinema riescono a tirar fuori…

Che altro dire, per rimanere nella polemòs di Cannes, se quello di Sorrentino (e mi si perdoni il confronto e il gioco di parole) sarà un film d’importazione, questo di Malick è un film importato da un altro sistema del vedere, un film importante!